Dall’articolo su La Repubblica del 10 Agosto: Il piano anti-delocalizzazioni arriva sul tavolo di Draghi.

Orlando invia al premier le misure per rafforzare la responsabilità sociale delle imprese e introdurre dei vincoli al trasferimento delle produzioni all’estero. I casi recenti di chiusure“.


Tutto il tema della transizione ambientale, circolare e digitale, tra i pilastri del NGEu e recepiti dal PNRR rischia di essere una bomba ad orologeria se non ragioniamo veramente in ottica di responsabilità sociale condivisa, o più semplicemente in termini di responsabilità. E al di là di tutte le possibili declinazioni del concetto e sue evoluzioni, è ormai incontrovertibile l’assunto “chiunque prenda deve anche restituire“. Non è una buona pratica, è un elemento fondante del patto sociale, a cui non si può rinunciare se vogliamo dare nuovo e necessario vigore al rapporto tra Stato, imprese e comunità in un contesto di reciproca fiducia e lealtà. Se si impone una conversione sistemica che stravolge interi comparti in nome della neutralità carbonica occorrono strategie e garanzie sulla sostenibilità sociale del sistema stesso; serve un disegno di crescita ‘circolare’, un piano di sviluppo long term che governi il cambiamento prima di tutto da un punto di vista culturale. E se si chiedono sostegni per affrontare tali sfide è necessario anche accettare le regole del gioco, ancorché siano chiare e trasparenti, condivise e partecipate.

E non basta creare “vincoli alla delocalizzazione” se poi l’impresa vuole o deve trovare altre strade per costruire marginalità troppo spesso a discapito di lavoratori e territorio. I dati raccapriccianti di questi ultimi giorni sulla mancata sicurezza nei luoghi di lavoro, con 530 morti bianche da inizio anno, 3 ogni 48 ore, ci dicono come ancora oggi si muore per lavorare, con ricadute pesantissime a partire proprio dall’impresa, che chiude per sequestro cautelativo mettendo in difficoltà altri lavoratori, fornitori e clienti, con costi per l’intero sistema. Certo servono più controlli e controllori, forse più sanzioni magari a fronte di procedure meno farraginose, ma evidentemente non è solo una questione di insufficienza di risorse. Con l’ultimo Bando ISI, l’INAIL ha previsto contributi a fondo perduto per oltre 200 milioni di euro (per complessivi 2,4 miliardi dal 2010) destinati alle imprese che investono in prevenzione; un “tesoretto” che ogni anno aumenta per MANCATA ALLOCAZIONE delle risorse stanziate. E’ dunque una questione culturale. Una priorità che trova posto nel nuovo “Quadro strategico europeo sulla salute e sicurezza sul lavoro 2021-2027” pubblicato a giugno scorso dalla Commissione europea per puntare a “zero vittime” nell’UE. Tre le linee di intervento per gestire, in particolare, i cambiamenti negli ambienti di lavoro sollecitati proprio dalla transizione verde, dalla digitalizzazione e dai mutamenti demografici, invitando ogni Stato membro a revisionare le strategie interne secondo le prospettive del Quadro.

Sarà importante seguirne gli sviluppi e le azioni che il Governo Draghi metterà sul tavolo per allinearsi; sicuramente saranno disponibili ulteriori upgrade, rilasciati dall’EU-OSHA proprio durante la Settimana Europea della Salute e Sicurezza sui Luoghi di lavoro, che anche quest’anno è tra i temi portanti del Salone Mediterraneo della Responsabilità Sociale Condivisa. Il 9° CSRMed, in programma dal 27 al 29 ottobre presso la prestigiosa sede del MANN in collaborazione con l’INAIL direzione regionale Campania, sarà nuova occasione per sensibilizzare imprenditori e lavoratori, istituzioni e enti locali sull’importanza della cultura della prevenzione, tra le premesse necessarie per tutelare le persone, proteggere l’ambiente e garantire lo sviluppo sostenibile di imprese e territori.

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